SUA MAESTÀ
L’età è quella giusta, la sua, a volte, perché incominci a profilarsi la configurazione di una maturità, che è poi quella che coincide con la popolare dizione dell’apertura degli “anta”. Felix Policastro, con iniziale svantaggio, e suppletivo colpo d’ala personale, ha driblato la formazione accademica, respirando la bambina frequentazione di uno zio pittore, nel sito in tutt’altra longitudine venezuelana. Questo gli è servito come affrancamento psicologico e viatico esistenziale. Familiarizzare con una funzione, come quella artistica, le volte, è già il prerequisito all’inoltro in un’ artistica vicenda. Fatto sta che, Felix, si dedica interamente, con le sue attitudini tentacolari, all’arte stessa della forma e del segno. L’incontro è con uno dei modi della natura, sulle prime, più precisamente il modo è un mondo, quello acqueo. Acqua e sale per l’esattezza, non la fluviale, la lacustre, o quella avara potabile del pozzo, acqua di mare; Policastro pratica la modalità ittica come soggetto nell’arte: è un pesce nell’acqua, la sua vita formale è la parafrasi di un acquario marino verosimile e fantastico. È un amore a termine, naturalmente, questo cui si è alluso. Policastro si gira e rigira nel lenzuolo della natura, come un assonnato curioso che cerchi la sua propria posizione felice (rieccolo il suo nome), grazie alla quale dare l’arrembaggio ad una intenzione, per il momento, definitiva e liberatrice. Intanto sono gli anni novanta, Policastro torna in pellegrinaggio a rivedere i lavori di quando a Caracas, eccetera eccetera. Ne ritorna come dopo avere interrogato la sibilla cumana. A posteriori vede come comparirgli un senso unitario degli anni fino allora traversati. Scopre come un’intenzione occulta ma irrefutabile, una specie di vis a tergo che lo ha artisticamente pilotato: quasi una legge non scritta, inoppugnabile come itinerario; ogni artista è, se si sa scoprire, una antigone che opera con lucidità, in nome di un ignoto preciso principio, più di quanto invece in conseguenza di ciò che è notissimo. È esattamente qui che la natura, da questo artista indagata, si rivela priva della comparsa di adamo ma per incominciare ad inserirvelo, tenuto cioè assente in esilio, fin qui, in epifanica quarantena. Comparirvi ed esserne protagonista, per l’uomo, nel lavoro di Felix Policastro, è stato tuttuno. O meglio, vi si è emblematizzato attraverso quel brodetto coagulato e gelatinoso che è il cervello. Cervello, con tanto di materia grigia e meningi, lobi e circonvoluzioni, archipallio vegetativo e neopallio ideativo: insomma, tutto ciò che sta nella scatola cranica e che si affaccia al midollo, lingua, naso, occhi e orecchi. Sì, le circonvoluzioni sono fitte come una stele di rosetta, con raffigurate sopra tutte le fantasiose tracce del mondo tuttattorno. È un’iconografia della traccia mnestica di quanto vive, canta, capitombola e svanisce nella spaziosità gonfiata del campare. Come nel punto aleph di Borges, tutto l’esistente e l’avveniente si miniaturizza nei cervelli ricreati da Policastro. Cervelli che sono sculture, sculture che sono l’astronave della storia dell’istoriabile. Senza corpi, per l’amor del cielo, il sistema planetario del quotidiano rabberciare la vita, sta esattamente scritto sulla lavagna di questi budini cerebrali. Senza corpi, si hanno peraltro inconsuete prospettive visuali sul vuoto: allora si capisce come non può essere altrimenti. I corpiccioli umani, altro non meritavano che di essere destituiti e rimpiazzati. In loro vece, il presente artefatto annulla e sostituisce il precedente; ecco comparire per mano di Policastro, l’installazione, tesa ad essere il cantiere antropologico minimale che soppianta, meritatamente e inevitabilmente, l’umanouomo in questione. Oh! Quanto è troppo tanto vuota questa mancanza di cose. Che strano, nell’opera di Policastro è di troppo tutta l’oggettaglia, quasi sembrerebbe una Heidegger che insegue l’essere nella poesia di Hölderlin, e il resto se ne vada francamente al diavolo. Questi cerebri, guarda guarda, svariano di materiale, come muta il rumore della pioggia sulle differenti foglie del pineto. Un po’ come il messaggio è all’incirca la stessa cosa del mezzo, in Mc Luan, nelle riflessioni sulle leggi della comunicazione, qui, non estraneamente, si può forse approntare di dire che il materiale è l’equivalenza dell’opera; c’è cioè corrispondenza biunivoca tra il pezzo di materialità trattata dall’artista e il suo esito formale e sostanziale raggiunto nel singolo prodotto artistico. Il cervello di legno severo del bosco si fa sonoro in un bronzo di campana dispiegata, si rinsoda tenue nella cera che è quella delle candele votive, pronte alla luce umile, figlia del lavoro febbrile delle api senza storia nel libro della fatica. Ci sovviene, ci sovviene: questi è un Policastro che avrebbe potuto, in altro secolo, essere un Medardo Rosso, prima che la testa umana fosse scuoiata fino alla perla oleosa della sua denudata cerebralità. E non è finita qui, o miei cari, lo sappiamo bene tutti che il capitolo non si può concludere in questa maniera. L’effetto serra dei potenti, sommato al calore della rabbia degli addentanti deprivati di ogni cosa, sta friggendo la cipolla del presente monducolo della malora, non più mondo, nè mondabile, nè altro. Qualche cervello allora scalcagna, si fa torrecola di pisa, è cero funerario o lume per rito orgiastico o qualsivoglia paganità. Viene da dire se tutto progressivamente liquefa, forse si salva la parola; in principio era il verbo ed esso solamente infine sarà. Intanto il cervello potente-impotente, si situa non più nella magione naturale della testa ma in quella imperiosa, decaduta a teca della memoria, che è il palazzaccio-castello: giù il cappello, giù il ponte levatoio; il signor castellano, sua maestà il cervello, sta per diventare un uovo sbattuto, un uovo da lanciare a teatro sul tenore che stecca, mentre ci canta, non richiesta, la romanza buffa di codesta vita.
Guido Oldani
Poeta